L’ultima sigaretta

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Ultima sigaretta - sigarettaPer molti anni e molto, troppo tempo, mio padre ha fumato molte sigarette. Io ero piccola, in età da scuola elementare, e conservo nella mia mente sue immagini mentre è in bagno e si rade con la sigaretta accesa, mentre è a letto e legge una rivista con la sigaretta accesa, mentre è in macchina e mi accompagna a scuola con la sigaretta accesa, oppure mentre è in ufficio e sulla sua scrivania fa capolino il posacenere (di quelli quadrati anni ’70, grandi quanto un sottopiatto) stracolmo di polvere grigia e mozziconi consumati fino al filtro: in altre parole conservo molte, moltissime immagini di mio padre con al seguito l’immancabile ombra dei suoi pacchetti di sigarette sempre in palmo di mano.

Ricordo che mia madre se ne lamentava, e ricordo il mio nervoso quando già di primo mattino dovevo sopportare quel fumo fastidioso che mi scorreva sotto le narici nel chiuso della sua macchina; ricordo anche che sia per le insistenze della nostra famiglia che per ragioni di salute, mio padre tentò più volte di smettere di fumare ma… niente, quella sigaretta tra le dita era impermeabile a qualsiasi tentativo di annientamento. Agopuntura, cerotti, sigaretta elettronica, libri, ipnosi: nulla di tutto ciò funzionò mai. L’unico magro risultato registrato negli anni fu il passaggio da un tipo di tabacco ad un altro, ovvero l’omonimo in versione light – leggera (peraltro probabilmente più dannoso per la salute!).

Poi accadde che un bel giorno mio padre ebbe una brutta forma influenzale, forse una sorta di polmonite…non rammento più con certezza (stiamo parlando di quasi 20 anni fa); sta di fatto che venne mio zio (medico) che lo visitò, e molto semplicemente gli disse: “Ettore (così si chiama mio padre), decidi: vuoi continuare a respirare…oppure no? perché si dà il caso che tu abbia due possibilità: smettere di fumare, oppure smettere di respirare. E questo è quanto“. Poche parole che assunsero subito il significato di una lapidaria profezia. Ricordo che mio padre rimase per un attimo interdetto dalla diagnosi (il poverino stava seriamente poco bene, in preda a colpi sfinenti di tosse e febbre alta), e ricordo anche che la sua decisione fu quella di continuare a respirare e quindi smettere di fumare.

In barba a tutti i tentativi passati per togliere di mezzo quell’appendice fumosa che faceva capolino ogni istante sulla sua bocca, finalmente mio papà poteva attingere ad una motivazione abbastanza convincente e abbastanza urgente (respirare!) per portarsi in dirittura di arrivo di un traguardo fino a quel momento mai tagliato, ovvero: stop definitivo al fumo. E per sincerarsi del fatto che avrebbe mantenuto fede ai suoi propositi, mia madre pensò di “supportare” mio papà facendo sparire a sua insaputa l’ultimo pacchetto di sigarette rimasto in giro per casa.

Di fatto però, mia mamma si accorse ben presto anche di un’altra cosa: non è certo nascondendo un pacchetto di sigarette che freni una persona dal farne ricorso; come del resto non è sbarrando dispensa e frigorifero che vieterai a chicchessia di mangiare oltre il necessario; o ancora, non è obbligando tuo figlio a tenere il libro in mano che ti assicurerai egli studi e non si distragga. Siete d’accordo anche voi con me?! Anzi, tutt’al più accade proprio il contrario: obbligare, costringere, vincolare qualcuno a fare qualcosa è una strategia assolutamente inefficace per ottenere risultati duraturi, consolidati e costanti nel tempo. Perché? perché nel momento in cui una persona è costretta a fare qualcosa, viene privata della sua facoltà di scegliere; e se viene meno la facoltà di scegliere, restano dormienti fattori come la motivazione, l’interesse e la partecipazione personale, fattori indispensabili per un agire responsabile, maturo e consapevole.

Ecco perché mio papà ha smesso di fumare rivendicando a mia madre con ferma determinazione quel suo ultimo pacchetto “perduto” di sigarette, e disponendolo pesce salto fuori dalla bocciasuccessivamente in bella mostra sul comodino a fianco del letto, semiaperto e pronto all’uso. Perché in ogni momento di ogni singolo giorno, mio papà aveva bisogno di sentire e di sapere che stava scegliendo, e proprio nell’esercizio di questa scelta si riconnetteva con le motivazioni profonde che ne stavano alla base ottenendo di rinsaldarle e rinvigorirle. Scegliere equivale a decidere, e decidere è un atto che richiama prontamente il nostro impegno e responsabilità personale.

Perciò ricordatevi che non è certo con la coercizione, i ricatti, o peggio gli ultimatum che si ottengono risultati affidabili e di lungo termine; anzi, si corre il rischio di animare del risentimento e ottenere traguardi fumosi per nulla affidabili. Ognuno di noi ha bisogno di agire liberamente, responsabilmente, con la facoltà di scegliere ciò che riterrà più opportuno per sè e la propria vita: perché scegliere significa decidere con scienza e conoscenza, e poter decidere significa essere liberi.

Ove c’è raziocinio c’è scelta, ove c’è scelta c’è libertà.

Oriana Fallaci, La forza della ragione, 2004

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